Canzoni in una stanza: Anime Salve

ANIME SALVE 

In questo episodio vi parlo di solitudine, Fabrizio De Andrè, Pier Paolo Pasolini, Sylvia Plath.

Nel 1996 Fabrizio De Andrè pubblica il suo ultimo album, considerato una sorta di vero e proprio testamento dell’artista. Anime Salve porta all’attenzione del pubblico il tema della solitudine, declinata in vari modi. La solitudine delle minoranze, tema da sempre caro a De Andrè, continua ad essere protagonista delle nove meravigliose canzoni che costituiscono l’album. Il tema, però, viene trattato anche in relazione alla nostra vita quotidiana, al bisogno umano di ritirarsi nel silenzio e riflettere. 

"Quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni, e, siccome siamo simili ai nostri simili credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri." (Fabrizio De André, Elogio della solitudine, tratto da Ed avevamo gli occhi troppo belli) 

Questa suggestione, questo bisogno di essere soli e prendere coscienza del “circostante”, necessaria per chiunque come sottolinea Faber nel proprio discorso, è di vitale importanza per chi si considera in qualche modo un creativo, un artista. 

Pier Paolo Pasolini, nella poesia “Al Principe”, inserita nella raccolta La religione del mio tempo (1958), dice: 

Per essere poeti, bisogna avere molto tempo: 
..ore e ore di solitudine sono il solo modo 
perché si formi qualcosa, che è forza, abbandono, 
..vizio, libertà, per dare stile al caos. 

Nel 2019, nel bel mezzo di un’epoca caratterizzata da interazioni assidue e costanti, informazioni che ci afferrano per la manica da tutti i lati e competono per richiamare un briciolo della nostra attenzione, vorrei prendermi un attimo per riscoprire il significato di queste parole di Fabrizio De Andrè e di Pier Paolo Pasolini. 

Lo vorrei fare in quanto musicista e in quanto autrice, prendendo ulteriore spunto da un altro gigante della cultura italiana, co-autore e co-interprete di molte delle canzoni contenute in Anime Salve: Ivano Fossati. In una recente intervista, Fossati sottolinea come la musica sia diventata mero “carburante per smartphone”. 

Anche l’Arte, insomma, ha smesso di ritagliarsi quei momenti di solitudine e invece di “dare stile al caos” ha preferito adeguarsi alla velocità dei tempi in cui viviamo, di fatto appiattendosi. Come aveva previsto lo stesso Pasolini nell’articolo Il “folle” slogan dei jeans Jesus, originariamente pubblicato su Corriere della Sera e contenuto nella raccolta Scritti Corsari, lo slogan, lo strumento più espressivo del marketing, ma totalmente inespressivo in sè, avrebbe prima o poi permeato tutti gli aspetti della nostra vita, appiattendo le differenze e premiando il conformismo: 

La finta espressività dello slogan è la punta massima della nuova lingua tenica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte. 

L’articolo di Pasolini, ovviamente, affronta anche molte altre questioni relative alla realtà italiana degli anni Settanta. La mia interpretazione delle sue visioni, da donna e artista nata negli anni Novanta e in piena maturità in questi (quasi) anni Venti del Duemila, non può che ricadere sull’uso pervasivo del marketing nella nostra società e, in particolare, nell’industria musicale. Uso che persino io mi ritrovo a fare, dovendo autopromuovere con i miei soli mezzi il mio lavoro. 

Un uso che ci toglie tonnellate di solitudine e, soprattutto, libertà, ma anche qualità artistica. 

In effetti ci sarebbero molti esempi di canzoni, prodotte nel corso dell’ultima ventina d’anni, che sarebbe più facile identificare come sloganche come componimenti musicali e/o poetici. 

Come fare, dunque, per resistere a questo appiattimento artistico? 

Credo che l’unica risposta possibile sia continuare a creare ciò che ci sta a cuore, senza scendere a compromessi con i trend del momento. Insomma, essere sinceri con se stessi. E per guardarsi dentro e capire che cosa ci stia davvero a cuore, quegli spazi di solitudine e silenzio sono ovviamente necessari. 

Ho parlato di questi temi, con una divagazione su Sylvia Plath e la sua poesia Spinster, durante il quinto episodio di Canzoni In Una Stanza.

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