Canzoni in una stanza: Not A Love Song

NOT A LOVE SONG: DONNE CHE NON CANTANO D'AMORE 

In questo episodio vi parlo di donne e industria musicale, donne e il cliché per cui il gentil sesso dovrebbe trattare solo di un tema: l'amore. 

Vi canto e vi suono canzoni mie, di Maria Taylor, Ilenia Volpe, Tracy Chapman, Joni Mitchell e Mia Martini.

Non è mai facile per me affrontare il tema del gender gap nell’industria musicale. Forse perché, essendo una donna cantautrice, per giunta indipendente e fuori dai grandi circuiti, rischierei di risultare poco oggettiva, rancorosa o di attribuire miei eventuali fallimenti a fattori esterni, come il patriarcato e il maschilismo. 

Quando ci occupiamo di industria musicale, poi, definiamo un’assoluta minoranza, un esiguo gruppo di individui che sceglie consapevolmente di rinunciare al tradizionale posto fisso per lanciarsi in una carriera meno frequentata e meno capita. Finiamo ad analizzare il funzionamento di un mercato in cui una percentuale estremamente esigua di persone riesce ad avere successo. Maschio o femmina che sia, chi sceglie questo mercato vedrà lesi i propri diritti di lavoratore o lavoratrice innumerevoli volte. Si sentirà sminuito e giudicato all’apertura di un conto in banca. Porterà sulle spalle il peso degli anni che passano e la terrorizzante prospettiva di non aver ancora concluso granché. 

Certo, nascere donna e desiderare di intraprendere questa strada significa far parte di una minoranza nella minoranza. Basti pensare a come nell’ambito di alcuni generi, ad esempio il rap o il rock, le donne siano ancora sotto-rappresentate. Persino in altri ambienti musicali, dove la presenza femminile è decisamente maggiore, la percezione resta quella di una sostanziale differenza di trattamento. 

Basta dare un’occhiata veloce ai video musicali del mondo mainstream: non si può fare a meno di notare quanto ci si aspetti che una donna esprima delicatezza, vulnerabilità, buoni sentimenti o, all’opposto, un’esplicita avvenenza, una certa disinibizione sessuale. Nella musica pop di grande successo si hanno generalmente questi due opposti: la donna-angelo di cui innamorarsi e la donna sexy con cui tradire la prima. 

Nella storia della musica, e ancora di più nella nostra contemporaneità, abbiamo avuto poche donne autrici di canzoni su temi sociali o politici. Persino molte artiste pop famosissime, considerate a ragione attiviste per una certa causa, finiscono poi a cantare quasi unicamente di quel tema che tanto si confà al “sesso debole”: l’amore, nella sua più sanremese, sdolcinata accezione o nella declinazione più sexy e provocatoria delle grandi pop-star d’oltreoceano. 

In Italia, alcune voci famose e di sesso femminile che hanno provato, più o meno consapevolmente, a invertire la rotta, sono state ostracizzate o sottovalutate (penso, ad esempio, a Mia Martini). 

D’altra parte, come aspettarci una donna-De André se alle donne viene raramente concesso di produrre o dirigere? Come possiamo trovare un nostro spazio in un mondo in cui le posizioni di potere sono largamente assunte da uomini? 

Come spesso accade, dobbiamo guardare all’ambiente underground per trovare qualcosa di interessante. Esiste un sottosuolo di cantautrici più o meno indipendenti, sconosciute al grande pubblico e portatrici di un qualcosa che troppo spesso manca nella musica contemporanea: le idee. 

Come in una strana rivincita su un mondo a immagine e somiglianza dell’uomo, nel corso degli ultimi decenni si è sviluppato un esercito di donne invisibili che scrive, canta e lotta per portare avanti un’idea. Un esercito che produce, che è manager, che si occupa di booking, che è in grado di negoziare e gestire un’azienda (sia essa un ufficio stampa o un’etichetta). 

Questo, però, non basta. Mentre i dati sulla presenza femminile nelle “stanze dei bottoni” dell’industria musicale rasentano ancora il ridicolo, l’interessante mondo underground di autrici e cantautrici “impegnate” è costretto a svilupparsi in una nicchia a cui non viene concessa adeguata attenzione e che è sempre più caratterizzata da una malsana competizione, sia sui palchi che sui social. 

Le donne non sono solo sotto-rappresentate in determinati generi e mansioni, o stereotipate in video e canzoni nel mondo del mainstream. Le donne musiciste hanno statisticamente meno accesso ad importanti opportunità, ad esempio per quanto riguarda i concerti. Sarete già a conoscenza della bagarre che si sviluppa, da qualche anno a questa parte, a ridosso della stagione estiva dei festival: le donne in cartellone sono poche, così poche che alcune rassegne, se private degli headliner uomini, sarebbero letteralmente vuote. 

In passato si era soliti giustificare il gender gap dicendo che, in fondo, le donne non sono portate per parlare di certe cose o per svolgere certe mansioni. 

Eppure eccoci qui, e siamo tante. 

Non ho in mano una soluzione per spingere il mondo a prenderci finalmente sul serio. Posso solo fare la mia parte e cioè comportarmi senza pensare in termini di genere, come se il mio essere donna non possa mai essere un limite, ma solo un mero fatto biologico.

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