Canzoni in una stanza: Telling Stories

TELLING STORIES 

In questo episodio vi parlo di autenticità, social network e industria musicale. 

Vi canto e vi suono canzoni mie, di Tracy Chapman, Nick Baracchi e Luca Rovini.

Quante volte avete letto la parola autentico nello sfaccettato mondo di internet? Molte, credo. 
Pare che le persone siano generamente molto interessate a sembrare autentiche, almeno considerando il numero di articoli sull’argomento che si possono trovare in rete. 
Se ci concentriamo sul mondo dell’industria musicale, troveremo interessanti dibattiti su quanto l’autenticità possa avere (o non avere) un ruolo. 
Molti fan (o follower, come si chiamano oggi) sembrano riconoscere l’autenticità come un tratto ammirabile, specialmente quando la vedono nel loro artista preferito, ma, prima di giungere a conclusione, occorre capire cosa intendiamo davvero per autentico. 
Basta interrogare un qualsiasi dizionario (o Google) per sapere che autentico significa qualcosa tipo “coerente con la propria personalità, spirito o carattere”. 
Roba profonda, eh? 

Ora, consideriamo per un momento le canzoni che generalmente sentiamo in radio. Di cosa parlano? Amore? Sesso? Hanno dei sound differenti? Riflettono l’individualità (la personalità, lo spirito, il carattere) di un artista? 
O sono molto simili l’una all’altra, con temi e forme standard? Sono scritte in modo “sicuro” per attrarre il più largo numero di persone? O, in caso contrario, rompono gli schemi in modo esuberante per poi diventare di tendenza? 
L’avrete capito: la musica mainstream non ha nulla a che vedere con l’autenticità. 
Tuttavia, l’industria musicale è anche un terreno fertile per artisti indipendenti, che rispondo a dinamiche diverse. Possiamo trovare autenticità in questo caso? No. 
Non fraintendetemi: ci sono persone meravigliose che lavorano duramente per produrre canzoni bellissime e coraggiose, ma, poiché internet ha cambiato il mondo in cui le persone “consumano” musica, il mondo indipendente si è dovuto adattare e adorare un nuovo dio: il marketing, generalmente incarnato nella forma dell’autopromozione. 
Sì, anch’io devo adorare quel dio. A volte non mi sembra proprio il caso, ma, per rimanere fedele al dogma proto-punk del D.I.Y., cerco di vedere questa necessità come un modo naturale di raggiungere persone eventualmente interessate nella musica che faccio. Un accordo win-win, diciamo. 

Vedo altri musicisti lamentarsi molto del dio onnipresente del marketing e del dio assente dell’autenticità. In un certo senso sono d’accordo con loro, ma non posso fare a meno di chiedermi come il concetto di autenticità possa effettivamente applicarsi alla musica e, in modo più generale, alle arti. 
Pensiamo a David Bowie. Era eccentrico e teatrale, il suo lavoro è stato tutto una grande pantomima. Probabilmente era fedele a se stesso, nel senso che era davvero un naturale animale da palcoscenico, ma la sua arte era pensata, strutturata, pianificata. Possiamo tranquillamente dire che David Bowie deve aver sacrificato un po’ di autenticità per regalarci un’arte bellissima e complessa. 

Diciamocelo: l’arte non deve essere sempre ingenuamente autentica, riflettere strettamente l’umore o la personalità dell’artista. Dovrebbe sollevare domande, sfidare la mente dell’ascoltatore, o addirittura sconvolgere la nostra morale. Per fare ciò, l’artista non può essere sempre ver* a se stess*. 
Deve esserci una fase di astrazione nel processo creativo, che, in un certo senso, serve anche come protezione per l’artista. 
Dopo tutto, non mostriamo il nostro vero essere nemmeno nelle interazioni umane più semplici, come possiamo avere l’obiettivo di essere realmente noi stessi nelle nostre canzoni? 
Ma c’è di più. 

Un breve saggio nel libro Più lontano ancora di Jonathan Franzen, che riguarda l’opera teatrale Risveglio di primavera, di Wedekind, mi ha fatto riflettere sul concetto di autenticità ad un livello più profondo. 
In un paragrafo, Franzen scrive di come la società dei consumi nella quale viviamo veda gli adolescenti. Nessuno li fa sentire più autentici della cultura commerciale (in fondo rappresentano una larga fetta del mercato). 
Mi chiedo se questo non stia accadendo anche all’industria musicale, in un contesto nel quale gli artisti sono continuamente schiacciati tra le vecchie regole del mercato e un nuovo, attraente modo di raggiungere un pubblico. La vecchia scuola, dove gli artisti erano distanti e irraggiungibili, e la nuova scuola, in cui tutti diamo grande importanza all’autenticità e alle interazioni sui social media. 
Siamo schiacciati, in uno scenario in cui l’autenticità può essere usata come strumento di marketing, proprio come qualsiasi altra cosa. O peggio, dove può banalizzare un’opera, rendendola fiacca e ingenua. 
In conclusione, per sfuggire alle trappole poste ad entrambi i lati, dovremmo trovare un equilibrio. Ammirabile è scrivere di ciò in cui crediamo, ciò di cui facciamo esperienza e ciò che siamo (anzi, incoraggio qualsiasi artista a fare questo, dimenticandosi delle tendenze). Allo stesso modo, però, dovremmo essere consapevoli che autenticità non significa sempre grande arte.

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